Credo che presto sarò guarito. Qualcosa si romperà in me o in qualche parte dello spazio. Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c’è che la mietitura, l’attesa insopportabile e l’inesprimibile silenzio.
Agota Kristoff, Ieri
Sabato mattina
Ci fa caso, forse per la prima volta in assoluto.
All’alba la piazza non è così deserta come aveva sempre creduto, e splendido il campanile a tre livelli si staglia sul cielo appena rischiarato dal giallo pallido, ancora innocuo, di un fragile sole.
Se ne accorge grazie ai rumori e per via dell’anticipo accumulato in una notte di lavoro senza traffico, filata per il verso giusto. Non c’è la solita urgenza di far le consegne, che lo costringe spesso a non potersi fermare.
Lo prendono di sorpresa, lo prendono alle spalle. Il suono di vetri rovesciati ed infranti; c’è poi il tuono del vecchio furgone dei servizi comunali che parte e rimbombando ancor di più sparisce nelle vie strette; sui gradini della cattedrale gratta una scopa di saggina e gli richiama alla mente il fruscio del vento, la nonna nel cortile dietro, se stesso da bambino, con gli occhiali tondi; squittiscono gli uccellini; due ragazze faticano a sollevare la saracinesca di un negozio.
Sembra bloccata. Ma ci riescono un attimo prima che lui rintracci dentro di sé le parole adatte che le convinceranno a farsi aiutare. Accenna ugualmente a pronunciarle. Continua ad osservare sbalordito come tutto ciò che lo circonda appaia sempre così naturale, luminoso, e al tempo stesso così distante.
Lavora di notte. Il mattino solitamente si precipita a riposare, rigirandosi di continuo nel letto a una piazza e mezzo che sta in un angolo del suo piccolo appartamento. Ogni pomeriggio si prepara l’unico pasto completo della giornata. E’ per via di questi ritmi che non si era mai reso conto di nulla. L’umanità laboriosa agisce, facce più o meno riposate, ognuno parte di questo meccanismo secondo il quale all’alba di ogni giorno le cose e le persone riprendono ad occupare i vuoti sonnacchiosi lasciati dalle notti. Spazi che sono colmati dal passaggio. Parole che invadono il silenzio, pensieri non meno caotici rispetto a quelli incontrollati dei sogni.
Circuiti incomprensibili che lui registra, in questo momento, ventisette ore trascorse, con calligrafia da dottore e piccole e fitte parole riversate sul taccuino, gettato sul sedile del passeggero. É ormai a fine turno. Ha consegnato gli ultimi pacchi. Osserva ancora le ragazze, terminare le loro sigarette sulla soglia del bar, la solita voce dentro che gli suggerisce di non interferire con le cose.
Scivola verso casa senza toccare nulla se non il cambio, il volante, l’autoradio spenta, senza parlare con nessuno, con chi potrebbe parlare.
Sabato pomeriggio
Tredici anni prima gli era capitato davanti agli occhi il trafiletto, seduto a un tavolino di un bar, sfogliando con lei le pagine, già consunte da altri, degli annunci economici.
Avevano poco tempo per cercare una sistemazione e la descrizione sgrammaticata, sopra il numero di telefono e la cifra molta esigua, attirò la loro attenzione. Ampio trilocale arredato, affitto modico, approfittarsene. Anche una cosa del genere, all’epoca, appariva divertente e avventurosa.
Quello che videro pochi giorni dopo, oltre alla stanza d’entrata in cui stavano costretti un divano letto, un tavolino con le sedie male accompagnate e una parete di mensole fra le due finestre – che danno su un vicolo poco luminoso dell’antico ghetto ebraico – ciò che in sostanza giustificava la dicitura dell’annuncio, quell’ampio trilocale carico di attese ingenue, erano due loculi negli angoli della stessa stanza ricavati grazie a finte pareti rivestite di carta da parati a righine. Il bagno e la cucina, due quadrati di spazio profondi quel tanto che bastava per allargare le braccia e non toccarne i lati.
Ricorda che l’agente immobiliare non sapendo cosa dir loro per sopperire a quella desolante vista parlò del fatto che si trovavano al primo piano di un’antica casa tradizionale della città, chiamata cassero, e che di quel tipo ne erano rimaste ormai poche, ben conservate.
Forme architettoniche in via d’estinzione.
Per un amore come il loro. Disse quello.
Da tredici anni a questa parte ecco la sua casa. Da allora non è cambiato sostanzialmente nulla se non la presenza al posto delle mensole di un’ampia libreria a tutta parete, stracolma, e di una cassapanca per i pochi vestiti. La stessa valigia con cui arrivò dopo un lungo viaggio nella città le cui strade non conosceva se non per le descrizione di Anna, se ne sta in piedi sulle buffe rotelle accostata alla parete, seminascosta sotto al tavolino. Ferma, inutilizzata da tredici anni.
Allo stesso modo dei non vedenti, di casa sua conosce a memoria la disposizione di ogni mobile, di ognuno dei pochi oggetti. Rientrando dal lavoro all’alba, non accende mai la luce per svestirsi, preparare la tisana, raggiungere il letto.
L’indiscutibile vantaggio si fa sentire soprattutto in questi ultimi giorni. Ha gli occhi che bruciano come tizzoni ardenti. A tratti li sente pulsare, irrorati dal sangue, come fossero sul punto di espandersi, ingigantirsi da un momento all’altro, e con essi il dolore.
Sono trascorse trentasei ore e mezza dall’ultimo piacevole minuto di sonno.
Sabato notte. Taccuino
Due ore fa sono sceso giù al bar, certamente, giù al solito bar, per mangiare un panino e bere una tazza di buon caffè.
L’insonnia è irriguardosa. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, rende la mani tremanti, i muscoli pappa, non ti permette di toccar più nulla. Ho rovesciato il caffè sul tavolino e una macchia marrone a forma d’Africa è sorta sulle pagine della cronaca.
Prima ancora di voltarmi a guardar chi avesse visto cosa, mentre con la mano tremante cercavo di ripulire mi sono sentito ridicolo, così concentrato in un gesto a vuoto, a disagio. Visto da fuori.
E c’erano quattro giovani che in effetti mi guardavano, ridacchiando, nei loro vestiti tutti uguali e che a me sembravano offensivi e orribili. Le pose baldanzose, le bottiglie in fila sopra al bancone a creare una rigorosa e opprimente geometria.
“Ma che cazzo volete da me, stronzetti?” ma l’ho detto sottovoce, senza alzarmi come avrei voluto, e forse nemmeno l’ho detto. Nemmeno li guardai.
Dopodiché ho continuato a sviluppare nella mia mente quel dialogo, rendendolo via via sempre più violento, volgare, immaginando di affrontare quei tipi come mai avevo affrontato nessuno prima, ben sapendo che erano solo quattro ragazzi, quattro codardi colmi delle loro pose. Che della vita non sapevano nulla, non conoscevano i dolori, ciò che li poteva attendere da lì a pochi anni. Nel dialogo, che ben presto diventava solo un loro goffo tentativo di far fronte alla mia rabbia, di placarmi, ad un certo punto approfittavo della superiorità morale raggiunta per pontificare, farmi carico io di spiegargli cosa valeva e cosa no, nella vita, per cosa si doveva stare in guardia. Sarebbero stati costretti a ringraziarmi.
Fino a quando non è venuto Ernesto al mio tavolo, con uno strofinaccio ed un sorriso caldo, quel suo grembiule perennemente imbiancato di farina, e qualche parola che non ricordo, detta per distrarmi.
Lo guardavo dal basso verso l’alto, imponente nonostante si fosse abbassato sul tavolino per ripulire un po’, e ne studiavo lo sguardo, strabiliato come sempre nel vedervi dentro quella luce buona, così intensa.
Lo conosco da parecchio tempo e anche se ci son voluti tredici anni forse posso dire che siamo diventati amici. Pur ricordando un po’ di volte in cui mi ha raccontato di sua moglie, del figlio adolescente cui sono stato invitato alla comunione e alla cresima, quel ragazzo che del lavoro del padre non ne voleva sapere, o delle altre cose che facevano la sua vita, insomma, non credo di averlo mai visto se non con quell’atteggiamento ben disposto. Una brava persona. Uno che accetta sempre tutto col sorriso.
Con quel suo modo così discreto, di cui in effetti non mi accorsi se non ripensandoci tempo dopo, di smettere per esempio di domandarmi di lei, Anna, e della gravidanza, come invece non dimenticava mai di fare nei primi tempi.
Prima non mi ha nemmeno fatto notare che alle dieci di sera indossavo ancora un paio di occhiali dalle lenti spesse e scure. Li avevo completamente scordati.
Il momento esatto in cui la lancetta dei secondi passa dalla cinquantanovesima posizione, nascondendosi appena dietro le lancette delle ore e dei minuti finalmente sovrapposte, infine approdando con fatica alla prima, in un secondo che è più lungo di un secondo, per tutti gli altri, escluso me, e per via di quello che significa, il passaggio da un giorno all’altro, da un nome oggi in uso ad un altro, le domeniche, i lunedì, i martedì, i giorni rossi e i giorni blu, i santi impilati uno sotto l’altro.
Ebbene, dentro non ci vedo nulla se non qualcosa che si è inceppato, un monito, l’attimo che ogni volta ci dovrebbe ricordare come la possibilità che tutto questo si fermi, tempo, sole, quell’immenso circuito elettrico che tutti nutre e muove, sia a ben vedere reale, concreta, persino imminente.
Mi limito a prendere atto che stanotte non devo andare a lavorare con la stessa reazione che potrei avere considerando una qualsiasi altra concatenazione di cause ed effetti. Similmente alla rassegnazione con la quale accetto quanto siano piccole e irrisorie le manifestazioni fastidiose che offre un corpo stanco all’attenzione di una mente che stanca lo è ancora di più.
Lo stremato sillabare quarantacinque ore trascorse, prima di abbandonare penna e taccuino per buttarmi a letto.
Domenica mattina
Per sfuggire alle quattro pareti e alla morsa antica delle mura medievali della città nelle giornate libere gli capita spesso di mettersi al volante verso una qualche meta. Non c’è metodo, se non la casualità un po’ capricciosa dei desideri, a decidere dova andrà, cosa vedrà di mai visto.
L’ultima gita di cui ha memoria, per esempio, era nata dalla curiosità che aveva in quel periodo per tutto ciò che riguardava i fari. Doveva aver letto un libro sull’argomento. Inoltre, prima di allora, era certo di non aver mai sentito parlare dell’esistenza di un antico faro alla foce del grande fiume. Nemmeno da Anna, che un tempo gli aveva insegnato ad amare quelle zone.
Ora, di fronte ai richiami di questo corpo insolente di cui non riesce nemmeno a limitare i sussulti, la gamba destra che sbatte regolarmente contro la gamba del tavolino; e quindi di fronte a questa parete che lo sta fissando da non so quanto tempo si accorge di come sia naturale e faccia bene ripercorrere con la mente e coi ricordi l’ultima gita che fece al faro. Qualche mese prima.
E’ una mattinata di estate. Sono poche e intermittenti le nuvole leggere che velano il sole ed il vento leggero, appena sceso dalla macchina, gli provoca un brivido di piacere lungo la schiena. Ha parcheggiato in uno spiazzo enorme ricoperto di ghiaia, poche altre vetture se si escludono i camion e i camioncini dei pescatori.
Da un lato c’è il porto di quel piccolo villaggio dimenticato e dall’altro, nei pressi dell’ultima banchina, un capanno di legno che ospita gli uffici dell’amministrazione del parco naturale del delta.
“Mi spiace, non è possibile raggiungere il faro se non in barca. Il sentiero non è ancora percorribile, ancora lo stanno rimettendo in sesto dopo l’inverno.”
Ma mentre quell’uomo ossuto, asciutto, gli sta parlando, si accorge che il reticolato arancione che sbarra la partenza del percorso è stato divelto da un lato. L’uomo nota quel che lui sta guardando, sorride di un sorriso d’intesa, e subito si volta ad armeggiare dentro al suo capanno. Quel tanto che basta perché lui s’incammini.
Di quella passeggiata ricorda il vento che a un certo punto della mattinata sparisce e il caldo improvviso calato come una cappa sulla laguna, che lo costringe a togliersi la camicia. Il paesaggio affascinante e la distesa di acque scintillanti tutt’attorno, quelle che prima della bonifica erano acque paludose e portatrici di terribili malattie, a circondare ora la linea sottile di terra su cui si snoda il sentiero. Ricorda il faro bianco che già si stagliava nel cielo, l’impressione costante che nonostante la marcia non si avvicinasse mai. Il cado divenuto atroce.
Il custode gli aveva detto che arrivato a metà del percorso, dove sta la draga attaccata al molo vecchio vicino la chiusa, il sentiero sarebbe diventato impraticabile. E così è: un muro di cespugli fitti, erba alta fino alle spalle che gli fa perdere più volte la traccia e lo conduce verso le secche fangose ai limiti della laguna.
Ricorda d’aver continuato faticosamente, con una tenacia in corpo che non sa spiegarsi, tanto più che il faro sembra sempre sempre rimanersene là, lontano qualche chilometro, alla stessa distanza. Beffardo come un miraggio.
Però ad un certo punto arriva, dopo un altro paio d’ore di marcia nella vegetazione fitta di rovi, con il ventre, le braccia e le spalle sudate, ricoperte di graffi rossi. Giunto sotto la costruzione di pietra chiara gli balena l’idea che il sorriso dell’uomo non sia stato affatto un sorriso d’intesa, e là, difatti, ha la visione, non affascinante come si aspettava, del faro e di ciò che gli sta intorno.
Un ristorante per turisti dove si presumeva vi fosse stata, in passato, solo l’abitazione del custode del faro. Sulla spiaggia ombrelloni sparsi, come sputi d’imbarazzante colore là dove ci si aspetterebbe una tenue e uniforme distesa di sabbia. La fascinazione del silenzio che blocca respiro e atti. Invece.
Lui che invece, come al solito, chinato come fosse spezzato in due, ossessivo, scrive sul taccuino, mentre aspetta una birra seduto su una panca di legno del bar, nel suo vestiario fuori luogo, graffiato, esposto al chiasso delle radio, agli sguardi delle bagnanti in pareo che scivolano verso il ristorante entrando a piedi scalzi, credendosi avventurose. Lui che scrive una sola farse con la consueta calligrafia da dottore ed un’aria che deve ricordare quella di un naufrago. Un disperso.
Che ci fa uno così, lì? Si domanderanno gli altri.
Non c’è luce al faro, scrive.
E’ l’ennesima deludente diagnosi sul taccuino o cartella clinica. Ammalato d’estraneità e disincanto, quattro mesi prima, e nonostante il tempo trascorso della stessa malattia che in questa domenica autunnale lo costringe a letto. Le palpebre pesanti.
Almeno fosse capace di riposare un po’.
Domenica sera
Come altre, infine, anche questa giornata è passata. Stando ai calcoli mentali su cui si arrovella di continuo, è quasi un record aver superato i due giorni senza aver chiuso occhio,. Fra un paio d’ore, come se non bastasse, deve attaccare al lavoro. Gli viene da ghignare ad ascoltare il battito del cuore, le minuscole arterie che gli pulsano là dove stanno le palpebre. E’ vivo, ed è a pezzi.
Gli orientali affermano che la vita non è altro che una grande recita e per indicare questo concetto usano un’espressione magnifica: il lila. Una successione di scene, volti, mimiche e bocche che nel frastuono tutt’attorno tentano disperatamente di comunicare un po’. Sipari che calano all’improvviso, cambi di registro inaspettati. Il copione che grava sopra la testa di ogni uomo, le cui vicende già scritte, vergate nero su bianco, sembrano così difficili da contrastare. A quanto si ricorda, quel santone di cui aveva letto un libro tempo prima parlava del lila però con un’accezione decisamente più positiva. Ma poco importa. Sono tre giorni che non dorme e questa non sarà né la prima né l’ultima volta che gli accade.
Rinuncia al letto nel poco tempo che lo separa dal furgone, dalla notte e dalle strade nebbiose, per il tavolo e questo muro, in attesa di parole e altri simboli ancora da registrare.
E importa poco anche il fatto che i vari Mario, Enrico, e Franco delle edicole lo guarderanno scendere dal furgone con la sua andatura impossibile e una volta consegnati i pacchi gli faranno battutine sulla sua pessima cera.
E’ ammalato, questo è innegabile, d’altra parte diagnosi e sintomi sono scritti sui suoi taccuini. Di una malattia che però è al tempo stesso l’evolversi lento della guarigione, lo sciogliersi di qualcosa che prima o poi, oggi lo sente con sicurezza, gli si spezzerà dentro permettendogli finalmente di disincagliarsi e prendere il largo.
Fra un’ora scenderà le scale, busserà come sempre alla saracinesca di Ernesto che gli aprirà sorridente e soddisfatto. Ricoperto di farina fino alla testa gli offrirà l’ennesima tazza di caffè e dopo qualche scambio di battute lo seguirà salire sul furgone, con lo sguardo e il cenno minimo della mano che sa della benevola benedizione di un amico.
Ad accompagnarlo in quest’ennesima notte a distribuir giornali alla gente, che è il suo lavoro, quello che fa da tredici anni, con serietà e una passione che non saprebbe spiegare. Uno stipendio sicuro per quel che gli basta ed una casa piccola e brutta, come però ne rimangono poche, gli avevano detto un giorno, con una sua storia unica, un cassero.
Qualcosa di cui esser grati l’indomani.